sabato 29 settembre 2018

La Mafia del Brenta - Arianna Zottarel


E' risaputo che un buon scrittore deve essere sveglio e ce la deve fare sempre, in ogni situazione. 
Deve scrivere anche quando non ha niente da scrivere, e lo deve fare perfino se non ha ancora concluso le sue riflessioni sull'argomento. 
Si sa che un buon scrittore in genere trasforma le persone e le situazioni, in ciò di cui sta scrivendo: cioè in puri oggetti. E con l'oggetto fa quello che vuole lui. Tanto poi chi legge nulla sa, o poco, dell'arte dello scrivere. 
Questo però non significa che lo scrittore debba scrivere per forza. E' vero, a volte una buona idea può diventare un ottimo libro. Tuttavia, l'accanimento a prescindere è quasi sempre inopportuno e di solito non produce risultati apprezzabili. E a mio avviso 'Mafia del Brenta' ne è una chiarissima dimostrazione. Dopo averne girato l'ultima pagina mi è venuto naturale parafrasare Ludwig Von Mises (Teoria e storia, pag. 150) quando cita Engels, affermando che è un 'inutile passatempo applicare la terminologia della logica ai fenomeni della realtà'. Nel caso in questione, tanto per capirci, sembrerebbe che ad Arianna Zottarel, l'autrice di 'Mafia del Brenta' per l'appunto, non venga mai in mente di stare semplicemente giocando con le parole. 
Non si giustifica altrimenti il continuo chiamare in causa sociologi del livello di James Samuel Coleman, Randal Collins o Pierre Bourdieu. Correi nolenti di un'insopportabile forzatura editoriale intesa ad inquadrare il fenomeno Mala del Brenta in un costrutto teoretico e speculativo che deve per forza di cose avere una relazione forte e strategica con le loro teorie.  
E non si giustifica nemmeno il definire asetticamente 'network' una banda di ladri, assassini, trafficanti di armi e di droga, di corruttori dediti al riciclaggio ed alle estorsioni, nonché all'usura e ai sequestri di persona. 
Per non parlare poi della fitta rete di relazioni intimidatorie ed omertose attraverso le quali tali soggetti estrinsecano le proprie condotte criminali che, passando attraverso il filtro delle teorie sociologiche degli autori succitati, si trasformerebbe come per magia in un più innocuo 'capitale sociale'. Capitale sul quale incomberebbero, dunque, delle variabili 'politiche', 'economiche' e perfino 'internazionali'. Come se, in altre parole, si stesse tranquillamente discutendo del moltiplicatore keynesiano piuttosto che della curva di Phillips e non di un sodalizio di criminali quale in realtà la banda di Felice Maniero è stata. 
No. Non ci siamo proprio. A mio avviso questo è veramente troppo! 
Penso che le cose vadano sempre chiamate con il loro nome. Quello cioè che nell'accezione comune e corrente ne indica la natura, o se preferite l'essenza. In altre parole quello che ne esprime l'intimo 'che cos'è', lasciando perdere inutili azzardi ed eccessivi sperimentalismi.
E' vero, è un azzardo anche il mio, non lo nego. L'aver paragonato Engels all'autrice di 'Mafia del Brenta' potrebbe sembrare un tantino eccessivo oltre che fuori luogo. Ma tant'è. A volte, va detto, il senso di un libro salta letteralmente fuori dalle pagine di un altro che con il primo ha poco o nulla a che fare.

Dettagli del libro:

Titolo: Mafia del Brenta
Autore: Arianna Zottarel
Editore: Melampo
Data pubblicazione: 25 giugno 2018
Lingua: Italiano
Pagine: 181
EAN: 9788898231966

sabato 22 settembre 2018

Depeche Mode - Sergij Viktorovič Žadan


Il guado insidioso che i personaggi di questo romanzo si trovano a dover valicare è rappresentato da una periferia dell'Est che vive, suo malgrado, una lenta metamorfosi da un periodo storico noto, quello del Socialismo reale con la sua devastante irrecuperabilità, al modello imposto dall'occidente: il Capitalismo, dove l'onestà non è mai un vantaggio competitivo.
La narrazione è un lungo viaggio nelle viscere del classico agglomerato urbano sovietico fatto di sottopassi stradali maleodoranti, di monumentali stazioni di filobus, di enormi quartieri dormitorio, di fabbriche dismesse e grigi palazzi. Fantasmi dell'edilizia popolare socialista degli anni '50, sommersi dalla neve che cade. Tanta, leggera, piccola. Fitta, che ricopre tutto in un attimo. Paesaggi spettrali nei quali emergono con forza le strutture di alberi coperti di ghiaccio. I cui rami appaiono incurvati come onde, pronte ad arruffarsi in creste in un mare di scheletri di acciaio e cemento che sbarrano del tutto l'orizzonte alla vista. Lasciando spazio solo alla desolazione.
Ed è proprio lì, che le prime immagini del romanzo prendono vita, lungo la corrente dei pensieri; in quel momento fragile e prezioso che sta tra realtà e fantasia. In sospensione nel solito mondo di mezzo dal quale si può ancora guardare in alto verso la realtà, prima di inabissarsi del tutto verso le profondità più oscure dell'immaginazione. 
A volte si diventa la storia stessa, avventurandosi negli anfratti del fondale. 
Altre volte invece un richiamo inaspettato fa risalire a galla, e in un momento tutto si dissolve come i colori nell'acqua quando vi si intinge il pennello. 
Ed è proprio quando la realtà richiama all'ordine che si avverte urgente il senso di perdita di quelle immagini primordiali, appena percepite. Appena accennate. 
Si intuisce, allora, che la storia iniziava proprio lì, nelle acque limpide e cristalline della realtà. Unica ed irripetibile, se volete... perché si sa che, anche sprofondando di nuovo negli abissi della fantasia, quelle immagini ormai sono perse, per sempre.
Da qualche tempo non ricordo più le immagini delle mie letture.
E se non le si ricorda, esse non fanno più parte della vita che scorre parallela alle pagine del libro.
Se non le si ricorda, diventano parte dell'inconscio. 
I libri, invece, un antidoto alla pazzia...

Dettagli del libro:

Titolo: Depeche Mode
Autore: Sergij Viktorovič Žadan
Editore: Castelvecchi
Data pubblicazione: 28 febbraio 2009
Lingua: Italiano
Pagine: 209
ISBN-10: 8876152741
ISBN-13: 978876152740

domenica 16 settembre 2018


One More Fucking Time - Motorhead

Patto di omertà - Sergio Flamigni

E' il colpo che arriva nel momento sbagliato, quando si gravita tra curiosità e interesse.
Un buon libro mi consola sempre. Mi conforta il pensiero di poter uscire di casa e raggiungere mete più lontane di quelle concesse dalle mie sole gambe. 
Mi sento un poco più forte. 
"Si può andare più lontani di così?" vi chiederete. Credo di si. 
Ma non è detto. 
Dipende da molti fattori, sintetizzabili comunque in due soltanto: da come è scritto il libro e dal mio stato d'animo quando sprofondo tra una pagina e l'altra nel delirio alcolico di sempre...
E' indubbio, però, che è il primo fattore quello che determina il viaggio in maniera inequivocabile.
Nulla di grave, tuttavia. Magari poi si tratta solo del giro dell'isolato. "Che isolato?" vi starete chiedendo. E che ne so... Ognuno ha il suo di isolato, no?
Comunque è più bello sapere che posso farlo nonostante tutto e nonostante tutti.
Ci sono altre cose, negli ultimi tempi, che vanno al di là del solito complottismo e dell'ormai stancante fideismo! Dietrologia? Non direi proprio! Ci sono sempre i soliti risvegli più incattiviti che mai: Incubi al mattino e Succubi al pomeriggio (lo sapevate che nell'atto sessuale i demoni maschi sono Incubi e le femmine Succubi, vero? E non venitemi a dire che no, voi non ne sapevate nulla, perché non vi credo!). Alla fine sono tutti solo demoni. Che siano dei sogni di terra piuttosto che di fuoco solo demoni sono. Ma anche sogni d'acqua che si gonfia nell’onda e sale e spazza via la nera cortina della notte delle illusioni. 
Ho bisogno di ridere, di bere, di leggere. Di viaggiare sopra nuvole leggere. Però non sono bravo nel gioco delle mosse; per giocare veramente non bisogna aver paura di perdere. Non bisogna considerare importante la partita. Io non ci sono mai riuscito. 
E alla fine penso sia solo a causa del cattivo tempismo. Che io resti da solo e disperso tra le pagine è invece un rischio. Oltretutto mi potrebbe piacere...

Dettagli del libro:

Titolo: Patto di omertà
Autore: Sergio Flamigni
Editore: Kaos
Data pubblicazione: 20 maggio 2015
Lingua: Italiano
Pagine: 300
ISBN-10: 887953274X

giovedì 9 agosto 2018


La Sfinge delle Brigate Rosse - Sergio Flamigni


Attento, lettore!
Non potrai prevedere con esattezza quando l’effetto svanirà, ma se ragionerai sui fatti sarà molto duraturo.
Dimentica le verità preconfezionate ad arte: la dietrologia ha ben altri ritmi e fondamenti.
Hai portato con te molta credulità, tutta quella che ti era stata chiesta.
Bene. Ora la puoi gettare.
Ti dirò, lettore, che non è mai servita a nulla. Non serve a nulla credere su ciò che puoi sempre guardare e ricordare.
Mi chiedi qual'è la via per arrivare all'essenza delle cose?
Non l'ho mai trovata! Ed ho solo consigli da dare, anche se non avrò il tempo per vederti provare.
Guardami, lettore, e non mi somigliare!
Non farti ingannare da nulla e allo stesso tempo ragiona su tutto.
Non chiudere mai gli occhi se non per sognare. 
Solo per quello!
Ricorda poi, ogni tanto, di osservarti a lungo in uno specchio.
E quando l'ambiente circostante muterà, in qualcosa che non riuscirai a decifrare, non temere: è il lato oscuro delle cose che lotta per non farsi negare.
Impara che la realtà è anche questo, un terreno oscuro che si mescola con la luce che solo tu, se vorrai, saprai vedere.
L'unica magia che ti è dato di conoscere.
Perché non c’è formula che tenga, lettore. 
L’effetto di quello che scoprirai non avrà infatti nessun elemento reale, sarà visibile solo ai tuoi occhi e durerà fino a che ci vorrai ragionare.
E’ questo l’ultimo insegnamento del dietrologo. Il resto è solo menzogna, verità preconfezionata a priori per un pubblico di sciocchi incapaci di ragionare con la propria testa.
Ora te ne puoi andare, la tua lezione, con me, è finita. 
Chiudi piano la porta e non spaventarti quando sentirai un rumore, simile a quello della risacca nella baia.
Tu non girarti, non serve...
Semplicemente, dov'era il dietrologo, non ci sarà più nulla da osservare.


Dettagli del libro:

Titolo: La Sfinge delle Brigate Rosse
Autore: Sergio Flamigni
Editore: Kaos
Data pubblicazione: 13 maggio 2004
Collana: Libertaria
Lingua: Italiano
Pagine: 362
EAN: 9788879531313

sabato 4 agosto 2018


Push - The Legacy (Club Mix)

Flunitrazepam


Ad un tratto una strana sensazione mi pervade.
Sento che ho voglia di sberle!
Non so spiegare cosa sia, ma ho semplicemente voglia di sberle, tante, sonore e fragorose. Ho voglia di dare sberle. Ho voglia di alzare gli occhi al cielo e vedere sberle scendere a migliaia come gocce impertinenti di un temporale. Un temporale di sberle. Anche quando il cielo è grigio e cupo, se lo si guarda tra una sberla e l'altra può apparire più scintillante. E questo per via dei lampi che la coda dell'occhio riesce a malapena a percepire nel momento esatto in cui lo zigomo viene colpito dal palmo bene aperto di una mano. Mi sono sempre piaciute le sberle che scendono imperiose lambendo con arroganza tutto ciò che in un modo o nell'altro si mette di traverso lungo il loro cammino. A volte sarebbe il caso di abbandonare qualsiasi reticenza e cominciare a guardarle bene negli occhi queste sberle che danzano sulla faccia degli altri.
Ci sono immagini, canzoni, parole legate a doppia mandata alle tante sberle date ma anche a quelle ricevute. E poi colori, sapori, profumi... Momenti della vita che nemmeno se volessi, riuscirei a scindere dalla passione che ho sempre impresso a tutte le sberle regalate, a tutti i manrovesci elargiti a piene mani a destra e a manca.
Ho scatenato risse e baruffe in giorni piovosi e freddi dentro stanze appariscenti con soffitti alti e pieni di crepe, agitandomi nervoso in un mare di cartoni di pizza abbandonati, bicchieri di plastica accartocciati e bottiglie vuote di Ceres.
Sono stato sotto un portico nel bel mezzo dell'estate a menare le mani all'impazzata, grondante di sudore, la camicia che aderiva come una seconda pelle, col desiderio di non smettere mai. Almeno fino a che chi le stava prendendo non se la fosse data a gambe, senza neanche il coraggio di voltarsi e guardare indietro.
Ricordo un periodo della mia vita in cui mi sono nutrito soltanto di sberle ed illusioni e il mio campanello suonava nel cuore della notte. E non avevo quasi il tempo di vestirmi tanta era la fretta di uscire in cerca di rogne. E le rogne le trovavo, ah... se le trovavo! Le trovavo negli hutong, tra file scomposte di siheyuan che impotenti scrutavano in silenzio. Immerso negli odori del rafano stufato, del tofu fritto e dell'aglio appena sbucciato.
Le trovavo a bordo di improbabili longtail sulla cui fiancata in legno capeggiava una scritta incerta ma già allora molto premonitrice: 'The future of business is selling less'. Partivano a razzo e, nervose, tagliavano in due l'acqua di canali lunghi e stretti. Il cielo era nero in pieno giorno e l'aria pesante tremava instabile.
Le trovavo tra le capanne di bamboo, dopo aver mangiato riso condito solo con fish sauce, tracannato litri di Singha beer e fumato marijuana, nei paraggi di Ban Phaeo, davanti a gente di ogni tipo. Ma soprattutto bambini. Seduti dappertutto, incuriositi, quasi divertiti. Altri indifferenti. In quei momenti di scontro chiudevo gli occhi, e un'ondata calda e dolce mi scendeva dalla testa ai piedi ricoprendomi del tutto. Le mie terminazioni nervose trasmettevano il piacere lungo il corpo, facendomi sentire leggero come una piuma, ma allo stesso tempo forte come il tuono. Potente come nessuno. In quei frangenti le parole non uscivano mai dalla bocca. Mai! Del resto a poco sarebbero servite. Le sberle parlavano al posto loro.
Ricordo sere in cui si usciva tutti insieme. 
Si camminava dondolando al ritmo del roipnol che si muoveva dentro di noi. Con gli occhi assenti, lucidi, quasi trasparenti e il rumore del treno sulle rotaie alle nostre spalle. E sete, tanta sete, tanta da farci bere fiumi d'acqua ghiacciata. Ogni tanto qualcuno si fermava e vomitava sopra file patinate di riviste di moda, di spettacolo e di gossip. Ma poi tutto si sistemava e si riprendeva a camminare, rasenti al muro e con il bavero del cappotto ben alzato, tra tanto parlare... e troppo ridere.
Ricordo anche altre sere.
Sere in cui non trovavamo niente con cui sballarci. E un profondo senso di disagio si impossessava di noi tutti. E allora bevevamo, e cominciavamo a fare casino, insultando chiunque incontrassimo, spingendo e provocando. Finché alla fine le mani si alzavano, pronte per fare il loro dovere. E non contava che fossimo ad un 'Viva Las Vegas' party, piuttosto che ad una festa country, l'importante era avere sempre con noi i nostri bravi costumi da Elvis Presley acquistati di seconda mano da Zapata. Poi, però, quando le mani partivano... partivano. 
E in molti casi solo l'arrivo della polizia metteva fine a qualsiasi discussione.

sabato 21 luglio 2018


Watherfront - Simple Minds

Echi lontani


Fermai l'auto nel buio dello spiazzo sterrato antistante l'ingresso del bar e scesi lasciando la portiera aperta. L’asfalto sciolto dai gradi di troppo della torrida notte di luglio si incollava ai miei movimenti, inabissando i pochi pensieri nella colla e nel sudore che mi impastava la fronte. 
La strada deserta era immersa nel buio della campagna circostante e rimandava l'eco dei miei passi incerti, testimoni di un incedere pesante capace di fermare il moto del mondo. Seguito solo dalla mia ombra insaccata nelle spalle. C’era qualcosa di dissonante nell’aria immobile.
Il bar era come lo ricordavo, due poltrone e un divano, tappezzati di fiori rosa. E il bancone nel mezzo.
Nella penombra mi assalì il profumo della verdura lessata proveniente dalla cucina, mentre le mie mani penzolano nel vuoto.
Dall'angolo vicino alla porta del bagno, un vaso cinese proiettava la propria ombra sul muro.
La ragazza era lì come sempre. 
China in avanti sopra il tavolino con i suoi occhi azzurri quasi trasparenti, i capelli raccolti e una matita rossa sull'orecchio destro.
Lasciai i soldi sul bancone e me ne andai sorridendole, con le due bottiglie di Ceres in mano, mentre nella stanza accanto un telefono suonava.
Risalii in macchina. Lo sportello si chiuse con un tonfo ovattato. 
Nessuno parlava. 
I gesti erano precisi, secchi, automatici. Ma ripetitivi come fastidiosi tic, come quando si sbadiglia spalancando la bocca, trattenendo le narici e deglutendo allo stesso tempo. La calma, però, era innaturale. 
In attesa, sul sedile posteriore, si poteva perfino percepire il battito dei cuori. L'ansia di una frenesia a stento trattenuta. 
La ragazza sul sedile davanti si girò verso di lei, aprendo la mano.
Il Roipnol stava lì, sul palmo. Bianco sulla mano bianca.
Rotondo, anonimo, un piccolo disco d’aspetto innocente. Lo toccò con le dita. Lo spezzò in due, ne prese una parte e la spezzò a sua volta in altre due parti più piccole.
   -   In fretta  -  sbottai rimettendo in moto. 
   -   Fai in fretta. E bevi, che se la mandi giù senza alcool, poi ti prende male.
Fu allora che mi persi nel gesto da bambina inesperta con cui lei raccolse l’invito. 
Le guardai la bocca senza rossetto che si apriva piano, il frammento di pastiglia sparirle fra le labbra. 
Gustai quell’incertezza.  

martedì 10 luglio 2018


CSI - Intimisto

Sottomondo

Talvolta ho come l'impressione di trovarmi all'interno di una sfera. 
Una gigantesca sfera. 
Una sfera di Dyson capace di catturare l'energia di tutto ciò che contiene. 
Una sfera ruvida, grigia.
Opaca. Quindi invisibile da lunghe distanze. E avverto che in qualche posto, ma non troppo lontano, ce ne sono delle altre. Tante altre. Simili, anche se di dimensioni differenti. 
Analoghe anche se fatte di altra materia. 
Più sottile. 
Evanescente. 
Materia composta di atomi e molecole provenienti dai più bassi sottopiani del mondo astrale. 
Sfere abitate dagli esseri più disparati. Defunti, spettri, dormienti più o meno coscienti del loro stato, gusci, fantasmi, fate, elfi, gnomi. Silfidi e forme pensiero. Doppi eterici di animali e piante. Ma anche di minerali e di cose. In perfetta armonia panteistica. Mondi a consistenza decrescente, sedi di passioni e bassi istinti. 
Dove l'occhio perde la capacità di distinguere, e l'orecchio quella di sentire. 
Mentre la memoria rischia di non trattenere più nulla. 
E quindi mondi intangibili ai miei sensi. 
Impercettibili alle mie terminazioni.